CONVEGNO
SULL’ADHD ED IL KARATE NEUROCOMPORTAMENTALE
Nell’ambito del 1° Memorial Aldo Di Luigi svoltosi ad Ostia il 29-30 settembre e 1 ottobre a cura dell’Associazione Sportiva YoShoKan, si è svolto un importante Congresso medico sull’ADHD e sul Karate Neurocomportamentale. Il Congresso medico rientra nelle attività del Progetto “Dal Dojo, alla famiglia, alla società”, sviluppato e promosso già da tempo in alcune palestre con costanza e competenza dal Prof. Dott. Mark T. Palermo e dal Maestro Massimo Di Luigi (7° DAN) e pubblicato sul nostro sito (http://www.aifa.it/documenti/progettoDojo.zip ).
Gli
interventi del Prof. Mark T. Palermo, neuropsichiatria e neurologo,
hanno riguardato inizialmente la descrizione del disturbo dell’ADHD,
con tutti gli aspetti relativi al percorso diagnostico e quello della
diagnosi differenziale, quindi gli interventi terapeutici nell’ambito
del trattamento multi-modale, ed infine l’argomento principale
del Congresso quello del karate neurocomporamentale.
Abstract:
ADHD, diagnosi e diagnosi differenziale
L’ADHD
(Attention Deficit and Hyperactivity Disorder) o DDAI (Disturbo da
deficit di attenzione ed iperattività), è una
situazione clinica che interessa dal 3 al 5% della popolazione
pediatrica. E’ caratterizzato, dal punto di vista
sintomatologico, da una triade di iperattività, disattenzione
ed impulsività. E’ frequentemente resa complessa da una
serie di comportamenti ed atteggiamenti che rendono di difficile
gestione la quotidianità del paziente e delle famiglie dello
stesso. La diagnosi è difficile prima dei 5-6 anni di età,
dato il repertorio comportamentale limitato della popolazione in
questione. Non ci sono specifici deficit neuropsicologici ma sono
evidenziabili una serie di vulnerabilità caratteristiche:
nella diagnosi differenziale rientrano i disturbi di apprendimento,
dell’umore e dello spettro ansioso e disturbi della condotta. A
ciò si associano, spesso in comorbilità, disturbi dello
spettro autistico. La sintomatologia cambia con l’età
del paziente e persiste con manifestazioni diverse per tutto l’arco
della vita del paziente.
Abstract:
ADHD, attualità di intervento
L’intervento clinico nell’ADHD è
tipicamente multimodale o multidisciplinare ed è volto al
miglioramento clinico delle vulnerabilità specifiche per il
singolo paziente e non necessariamente all’etichetta
diagnostica ‘sensu strictu’. L’intervento si
avvale prevalentemente di una combinazione di approcci
comportamentali-neuropsicologici e farmacoterapici con terapie mirate
alla riduzione dell’iperattività estrema ed al
miglioramento o alla normalizzazione dei tempi di attenzione. I
farmaci più tipicamente usati sono: stimolanti,
antidepressivi, anti ipertensivi alfa-antagonisti e, recentemente,
una nuova molecola con azione sul sistema noradrenergico. Di recente
introduzione, l’uso di interventi a base di acidi grassi omega
3 che sembrano promettere miglioramenti clinici statisticamente
significativi.
A
bstract:
Perché il Karate: meccanismi di intervento e risultati
clinici
Da
un punto di vista neuropsicologico il Karate, la disciplina
giapponese della ‘mano vuota’, è una attività
altamente sofisticata. Racchiude in se una serie di elementi
fondamentali per lo sviluppo armonico delle competenze
socio-cognitive quali l’equilibrio posturale e mentale, la
capacità di inibire l’attività motoria, di
modificare una sequenza di pensiero o di comportamento, di migliorare
le capacità attentive, di apprendere il rispetto dell’altro,
la turnazione e la tolleranza alla frustrazione, la gestione della
paura e dell’ansia, l’introspezione, la collegialità,
la comprensione dei ruoli sociali e delle gerarchie, la temperanza.
Queste competenze sono stimolate dal primissimo momento in cui si
sale sul tatami, il nome giapponese che indica il pavimento
del dojo, il luogo dove si pratica. Diversamente da altre
attività sportive, in cui la concentrazione e l’attenzione
sono fondamentali per arrivare ai livelli massimi di performance e
sono coltivate da atleti di alto livello tecnico, nel Karate si
richiedono e si insegnano queste due importantissime funzioni
neuropsicologiche già dal primo giorno di istruzione per
essere poi successivamente coltivate in modo sistematico e specifico.
L’approccio allo sviluppo dell’attenzione e della
concentrazione è assolutamente identico a ciò che viene
applicato in ambito clinico con la differenza sostanziale che i
partecipanti non sono visti come pazienti ma come bambini od
adolescenti che presentano delle problematiche comuni affrontate in
un contesto di ‘normalizzazione’ e di sdrammatizzazione.
Studi di settore, tra cui quello condotto nelle palestre FIAM,
dimostrano che, oltre ad un effetto benefico sul tono dell’umore
e sulle funzioni immunitarie, avviene una sostanziale riduzione
dell’aggressività e dei fenomeni di bullismo,
impulsività ed oppositività in ambito scolastico, a
partire dai primi mesi di insegnamento. E’ importante
sottolineare che si è dimostrato fondamentale l’insegnamento
e la pratica del Kata, una sequenza formale di gesti
codificata negli anni, simulante una situazione di conflitto contro
più avversari che richiede doti di equilibrio, coordinazione,
memoria motoria e concettuale, abilità esecutive e
consapevolezza temporo-spaziale. Queste doti vengono trasmesse con
l’esempio dei maestri e degli istruttori, coltivate adottando
un metodo cognitivo-comportamentale e/o con l’apprendimento dal
coetaneo di grado superiore che funge da esempio sia sportivo che
morale, raccolte strada facendo da alunni, genitori ed insegnanti.
E’
seguito l’intervento della dott.ssa Gloria Dal Forno,
neurologa, che ha svolto brillantemente un interessantissimo
intervento sulla plasticità neurale, che rappresenta in
qualche modo, il presupposto teorico dell’efficacia del karate
neurocomportamentale
Abstract:
La plasticità neurale ed il miglioramento clinico
Il
tessuto nervoso e l’encefalo in particolare, a causa della
elevatissima specializzazione funzionale, hanno capacità
rigenerative e di autoriparazione assai limitate, capacità
sempre più ridotte per le età successive allo sviluppo
intrauterino e la prima infanzia. Poco noto è, però, il
fatto che, con l’applicazione di metodiche di “imaging”
funzionale dell’attività nervosa, è stato
possibile dimostrare l’esistenza di fenomeni di compensazione e
recupero finora inaspettati, anche per aree dell’encefalo ad
altissima specializzazione, quali le cortecce sensori-motorie. Con il
termine “Plasticità” si indica proprio la capacità
del sistema nervoso centrale di essere modificabile il suo potenziale
di cambiamento. Tale caratteristica è fondamentale non solo
nelle fasi di recupero da eventi patologici ma anche in tutte le fasi
del nostro sviluppo, incluso l’apprendimento di nuove abilità
motorie, sensoriali, e comportamentali in senso lato, nell’arco
di tutta la nostra esistenza. La comprensione dei fenomeni che
regolano la plasticità neurale ha un enorme potenziale
applicativo sia nella terapia di situazioni più o meno
patologiche, come ad esempio la dislessia, i disturbi
neurocomportmentali, l’ictus, che nel migliorare apprendimento
e prestazioni, come nel caso di un atleta o di un musicista. In
questo intervento saranno discusse alcune forme di plasticità,
i potenziali meccanismi micro o macroscopici che ne sono alla base ed
alcune potenzialità applicative cliniche.
Il Prof.
Dott. Giuseppe Curcio, neuropsicologo, ha illustrato, i meccanismi
sottesi alla neuropsicologia dell’attenzione e della
concentrazione, con riferimento anche alla complessa pratica dei
movimenti in una disciplina come il karate
Abstract:
Neuropsicologia dell’attenzione e della concentrazione
L’attività
umana di elaborazione delle informazioni si basa sul corretto
funzionamento di una serie di processi e meccanismi interni tra i
quali risulta centrale l’attenzione. Essa può essere
considerata come la funzione che regola l’attività dei
processi mentali, filtrando e organizzando le informazioni
provenienti dall’ambiente con lo scopo di emettere una risposta
adeguata: il suo obiettivo principale è dunque quello di
selezionare il materiale informativo.
L’attività
di questa funzione cognitiva appare influenzabile da alcune
condizioni particolari quali, ad esempio, il livello di preparazione
fisiologica a ricevere le stimolazioni o arousal. L’arousal
si sviluppa lungo un continuum che va dal sonno all’iperattività:
in entrambi i casi, l’estrema apertura o chiusura alla
stimolazione può influenzare in maniera negativa la
prestazione. Un’altra condizione che può influenzare la
responsività è il livello di vigilanza con cui ci
“dedichiamo” ad un compito, cioé la capacità
di mantenere un buon livello attentivo per un periodo prolungato di
tempo, capacità cui ci si riferisce con il termine di
vigilanza o concentrazione.
Sia
l’arousal che la vigilanza e/o concentrazione sono
componenti distinte della funzione attentiva. Le moderne tecniche di
neuroimaging hanno mostrato come ognuna di esse coinvolge
network neurali, aree e strutture cerebrali distinte che, se
selettivamente colpite, possono portare a danni specifici.
La
neuropsicologia ha sviluppato diversi strumenti per la valutazione
delle abilità attentive, strumenti utili sia dal punto di
vista sperimentale che clinico. In questa sede verranno proposti gli
strumenti più usati e ne verranno discussi criticamente pregi
e limiti.
Per la prima
volta in Italia, nell’ambito di un Congresso, è stato
affrontato in modo approfondito il tema del collegamento fra il
disturbo dell’ADHD e dei disturbi della condotta con la
criminalità. Ad esporre questo tema con importanti risvolti
sociali sono stati il Dottor Marco Strano e la Dottoressa
Roberta Bruzzone, psicologi e criminologi.
Abstract
: ADHD e Criminalità
La
genesi neurologica del comportamento deviante ed i contributi alla
criminalità di disturbi neuropsichiatrici sono argomento di
grande attualità scientifica e sociale. Il comportamento
deviante visto da una prospettiva neuropsicologica può
chiarire non tanto le motivazioni dello stesso, quanto eventuali
interventi preventivi e curativi. Lo stato attuale delle conoscenze
riguardo alla delinquenza minorile vede una sorta di continuum dal
disturbo di condotta al disturbo antisociale di personalità,
anche se i confini dei disturbi rimangono poco definiti. La
situazione è complicata dall’uso intercambiabile di
termini descrittivi molto diversi tra loro nell’ambito della
letteratura medico-forense.
Una percentuale sostanziale di persone con ADHD (dal 5 al 30% a seconda delle stime) commette atti inquadrabili nell’ambito del comportamento criminale. Se l’ADHD sia o meno criminogeno è ancora da definire anche se, alcune delle disfunzioni tipiche del disturbo, sono analoghe a quelle riscontrate in soggetti recidivi per comportamenti criminali.