AIFA onlus Associazione Italiana Famiglie ADHD - Rassegna Stampa Ottobre 2008
Rassegna Stampa di articoli riguardanti il Deficit d'Attenzione con Iperattività, disturbi e problematiche ad esso correlati.
Diffuso dall'Associazione Italiana Famiglie ADHD Onlus.
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In questa rassegna:

1)
Autismo Bimbi che non vogliono essere abbracciati
2)
Il dibattito sul Ritalin e il polverone mediatico
3)

4)

5)


 02/10/2008 Autismo Bimbi che non vogliono essere abbracciati
Il Pediatra Pag. 16 N.4 SETTEMBRE 2008
Un disturbo pervasivo dello sviluppo che richiede un'accurata diagnosi e terapie ad hoc. È importante però anche aiutare le famiglie a diffidare da chi promette cure "miracolose" ma del tutto infondate.
L'autismo è un disordine neuroevolutivo secondario ad alterato sviluppo del cervello che compare nei primi anni di vita del bambino. Ha un'incidenza tra lo 0,6 e l'1% e il fenomeno è aumentato negli anni. Alla base di questa crescita vi è anche il fatto che sussiste oggi una maggiore sensibilità in merito all'autismo e, dunque, un maggior riconoscimento del disturbo. La malattia si manifesta nei primi 2 anni e mezzo di vita; può fare la sua comparsa nel corso del primo anno, ma anche successivamente: in questo caso si parla di regressione.
Come spiega Michele Zappella , dell'Università di Siena e già primario della Divisione di Neuropsichiatria infantile presso l'Ospedale Generale di questa città: «L'autismo si può manifestare con sintomi di scarsa reciprocità già nel primo anno di vita, ma in una parte dei casi, circa il 30%, c'è una regressione nel corso del secondo anno. Regressione significa che, per esempio, un bambino che ha camminato a 14 mesi e ha detto le prime parole più o meno intorno all'anno, nel giro di poche settimane smette di parlare, non si relaziona più bene con gli altri, sta nel suo mondo, comincia a far girare gli oggetti. Diventa un bambino chiaramente alterato sul piano della relazione e della comunicazione» «Per scoprire se si tratta proprio di una regressione di tipo autistico e per non confonderla con altre patologie il primo esame da fare è un EEG di veglia e sonno - continua Zappella - Ci sono, difatti, anche se rare, forme epilettiche a esordio precoce e sindromi come la Landau Kleffner (a volte senza crisi convulsive) che, se identificate, possono essere curate validamente. In generale gli esami previsti comprendono, oltre l'EEG, un cariotipo ad alta risoluzione e la ricerca dell'X fragile». Tre segnali principali L'autismo si basa su tre gruppi di sintomi: difficoltà nella relazione, difficoltà nella comunicazione e modalità molto ripetitive, che possono essere corporee come nel caso delle stereotipie oppure frasi esasperatamente ricorrenti. Per quanto riguarda la difficoltà nella comunicazione, i bambini autistici hanno sì problemi di linguaggio, ma non solo: la comunicazione risulta alterata in ogni sua forma.
Infatti, come afferma Stefano Vicari, responsabile dell'Unità operativa di Neuropsichiatria infantile presso l'Ospedale Bambino Gesù di Roma: «Oltre al linguaggio, spesso assente, è la comunicazione in generale a essere compromessa. È assente infatti anche la produzione gestuale e l'intenzionalità comunicativa, cioè la voglia che il bambino ha di comunicare con l'adulto o con il coetaneo. In pratica, non c'è forma di comunicazione in un bimbo autistico o, di fatto, è molto limitata». In merito alla difficoltà nella relazione «i bambini autistici sono bambini fortemente isolati - spiega Vicari - che difficilmente entrano in contatto con gli altri: non guardano chi hanno intorno, quasi mai sostengono lo sguardo con l'altro, spesso non si lasciano toccare e accarezzare e sono visibilmente in difficoltà quando una persona si avvicina troppo a loro. I bambini con questa malattia tendono a stare molto per conto loro e spesso vengono descritti come bimbi buonissimi, perché trascorrono lungo tempo da soli senza farsi praticamente sentire». Il terzo segnale dell'autismo è legato a modalità molto ripetitive riscontrate in questi bambini e a interessi fortemente limitati: Vicari osserva che i bambini autistici spesso sono molto chiusi in attività ripetitive e limitate. Fissano spesso oggetti che girano come per esempio la lavatrice o il ventilatore. Fanno anche movimenti articolatori involontari: per esempio camminano sulle punte dei piedi oppure agitano le mani in modo ripetitivo o si torcono segmenti corporei. 

I campanelli d'allarme: 
Tenuto conto dunque dei tre sintomi caratteristici che la malattia porta con sé, nella pratica il pediatra può sospettare vi sia la presenza di autismo di fronte ad alcuni campanelli d'allarme importanti. Afferma Michele Zappella : «Tra i segnali che possono far insospettire il pediatra per una diagnosi di autismo, il primo è nel fatto che il bambino di età superiore all'anno non si volta quando viene chiamato per nome. Il secondo campanello d'allarme è che non indica con il dito gli oggetti guardando in viso il suo interlocutore. Terzo segnale, il bambino non guarda in faccia il genitore e gli altri, sta molto per conto suo».
Oltre a questi segnali, il pediatra deve dar adito anche a eventuali segnalazioni delle mamme in merito al comportamento dei figli. Ne è convinto Paolo Curatolo , professore ordinario di Neuropsichiatria infantile presso l'Università di Roma Tor Vergata e membro del tavolo nazionale per l'autismo per conto del Ministero della Salute: «Le mamme a volte riferiscono al pediatra preoccupazioni rispetto al comportamento del bimbo, alla sua capacità di comunicazione o al suo sviluppo sociale: è importante dare credito a queste segnalazioni. Le madri talvolta segnalano al pediatra che il loro bimbo non parla, non risponde se chiamato con il suo nome, non ha un contatto oculare con gli altri, si isola molto, sembra poco interessato al mondo esterno, tende a escludere completamente gli altri dalle sue attività, non sa fare "ciao" con la manina e che qualche volta ha dei comportamenti ripetitivi. Se una mamma riferisce questo tipo di preoccupazioni è importante approfondire lo sviluppo di aree globali del bambino, in particolare dell'interazione sociale con gli altri».


Le cause all'origine:
Quali siano le cause dell'autismo è tuttora elemento in fase di studio e ricerca, sebbene si siano fatti notevoli passi avanti rispetto a qualche decennio fa. «Negli anni '50 - racconta Stefano Vicari - questa malattia veniva associata a problemi di relazione del figlio con la madre: era una malattia legata alle cosiddette "mamme frigorifero". Madri cioè particolarmente anaffettive e incapaci di stabilire un contatto con il proprio figlio, che di fatto sembravano innescare un meccanismo tale da portare il bambino a uno stato di isolamento. Si tratta di una sciocchezza, superata per fortuna. Non c'è infatti nessuna evidenza scientifica. Successivamente, si è puntato il dito anche contro alcune vaccinazioni contenenti mercurio - continua Vicari - ma oggi sappiamo che anche questa considerazione è infondata». «La natura dei disturbi dello spettro autistico è genetica - sostiene Michele Zappella - probabilmente nella maggioranza dei casi è legata a più di 10 geni, che sono in parte anche nella popolazione generale. Vi sono infatti persone che, pur essendo considerate normali, hanno disturbi comportamentali: per esempio, non guardano in faccia, si trovano a disagio se ci sono molte persone oppure sono notevolmente ripetitivi. C'è un recente studio inglese condotto su migliaia di gemelli che ha dimostrato che una certa percentuale della popolazione normale ha uno dei tre gruppi di sintomi dell'autismo. I disturbi dello spettro autistico sfumano quindi nella normalità. Da notare che in una piccola percentuale di casi i disturbi autistici si manifestano spesso in bambini con note malattie neurologiche congenite come, per esempio, la sclerosi tuberosa e l'X fragile».
E le cosiddette cause ambientali? Non sono da escludere secondo Zappella : «La presenza di disturbi dello spettro autistico è andata molto aumentando in tutto il mondo. Negli anni '70 le statistiche indicavano 4 bambini autistici su 10.000, oggi la prevalenza è salita allo 0,6%, cioè 20 volte di più. Sicuramente la migliore conoscenza di questi disturbi e una loro migliore definizione ne ha di molto aumentato la diagnosi, ma non si esclude completamente l'ipotesi ambientale. Nel Minnesota, per esempio, c'è stato uno studio che suggerisce che l'aumento dei casi sia stato in parte reale».
Anche alcuni medicinali potrebbero causare l'autismo nei bambini: «Alcuni medicinali che la donna può assumere in gravidanza - specifica Michele Zappella - come il valproato, comportano un maggior rischio di autismo nel nascituro e le complicanze al nascita sono più frequenti e possibili concause dell'autismo».

La diagnosi: 
Diagnosticare la presenza di autismo in un bambino è tutt'altro che semplice e si tratta di una pratica che richiede la massima cautela, soprattutto quando il bimbo è molto piccolo. Da una parte è necessario identificare la malattia il più presto possibile, per intervenire tempestivamente, ma dall'altra è importante non seminare allarmismi in famiglia. Per esempio, secondo Stefano Vicari è importante eseguire un esame audiometrico prima di sospettare una forma di autismo: infatti, talvolta la mancanza di interazione con gli altri e il ritardo nel linguaggio sono sintomi di sordità e non di autismo.
Daria Riva , direttore dell'Unità Operativa di Neurologia dello sviluppo presso l'Istituto Carlo Besta di Milano, sottolinea la difficoltà della diagnosi sebbene sia oggi supportata dall'uso di griglie valutative specifiche. «Per una corretta diagnosi ci si deve affidare a medici molto esperti, abituati a vedere questi bambini. Oggi vengono usate griglie di osservazione molto precise, come il protocollo Ados e l'intervista semistrutturata ADI-R, che portano per mano l'osservatore a individuare le caratteristiche di comportamento di bambini autistici. Si ha dunque una scaletta che aiuta a non perdere di vista nessuno dei parametri fondamentali. All'interno di questi parametri però è solo l'esperienza dell'osservatore che può dare una valutazione giusta. Il sospetto può essere sollevato da molti, la diagnosi può essere fatta da pochi». La diagnosi prima dei tre anni di vita richiede massima cautela. Per vari motivi. «Per quello che riguarda i pediatri - spiega Michele Zappella - ci sono alcune carte di valutazione, come la Chat, che viene eseguita in alcune strutture italiane per fare un primo screening. Ma è bene sapere che una parte dei bambini (10-15 %) che prima dei tre anni dimostra un comportamento autistico successivamente esce da questa diagnosi.
Alcuni di questi bambini migliorano spontaneamente, altri con l'aiuto di un intervento relazionale: nella maggioranza dei casi la scomparsa del comportamento autistico e il recupero intellettivo sono seguiti da una evoluzione verso un disturbo dell'attenzione con iperattività accompagnato da tic motori e vocali, ma in qualche caso si raggiunge la completa normalità. Quindi, fare una diagnosi di comportamento autistico ed esprimersi in senso prognostico nei primi 36 mesi richiede prudenza e conoscenza attenta dell'argomento».
Anche per Daria Riva la massima cautela prima dei tre anni è doverosa, al punto da porre in stand by la diagnosi se necessario: « Possiamo mantenere in stand by una diagnosi non certa perché l'intervento che noi facciamo, sia nei confronti di un bimbo che ha un autismo classico severo, sia nei confronti di un bambino di cui non sappiamo ancora se ha un autismo o altro, come un disturbo grave dello sviluppo del linguaggio, un disordine della comunicazione o un disordine mentale, prevede una riabilitazione in ogni caso di tipo psicomotorio. Non perdiamo tempo anche se il bimbo non ha "un'etichetta" precisa».
Le cure non sono uguali per tutti «La terapia - spiega Paolo Curatolo - deve essere iniziata in un'età precoce, appena dunque c'è il sospetto della diagnosi e deve essere basata su un programma educativo individuale, con un rapporto tra operatore e bambino quasi di "uno a uno". Le famiglie dovrebbero essere molto coinvolte nel programma e gli obiettivi di questo intervento educativo dovrebbero rivolgersi allo sviluppo della comunicazione, della socializzazione e dell'adattamento del bambino. Il trattamento dunque è di tipo psicoeducativo».
Daria Riva sottolinea l'importanza di indirizzare la riabilitazione anche al ritardo cognitivo che l'85% dei bambini autistici presenta. Precisa anche che "la terapia medica non esiste". «Non abbiamo ancora medicine o psicofarmaci che curino l'autismo. L'unica cosa che è veramente efficace è la riabilitazione associata a un intervento psicoeducativo il più precoce e intenso possibile. Però, poiché il disordine è accompagnato da altri disturbi del comportamento (come iperattività, per esempio), la comorbilità è molto elevata. Gli psicofarmaci che noi utilizziamo in questi bambini sono medicine che tendono a trattare gli aspetti di comorbilità, in modo tale che il bambino sia più ricettivo nei confronti della riabilitazione. Non si cura l'autismo, si curano le condizioni associate». Ma quali sono dunque le cure e gli interventi più efficaci contro l'autismo? «Se il bambino è piccolo - afferma Michele Zappella - va aiutato da una parte a relazionarsi meglio, con l'aiuto di un neuropsichiatra o di uno psicologo, dall'altra a comunicare meglio e per questo spesso è utile la logopedista. Non c'è una chiara evidenza che le terapie intensive, condotte quotidianamente per molte ore al giorno, siano meglio di terapie più equilibrate che consentono la partecipazione anche ad attività scolastiche e alla vita in famiglia. Ci sono metodi di tipo comportamentale e altri basati sulla psicologia dello sviluppo: la terapia va misurata sulle caratteristiche del bambino.
Da notare che ci sono bambini autistici, che hanno bisogno di essere attentamente organizzati, spesso con l'aiuto di immagini con il metodo TEACHH. Il tipo di intervento non è uguale per tutti, anche perché ci sono spesso problemi concomitanti: per esempio, il bambino può anche avere un ritardo mentale oppure vi possono essere difficoltà nella comprensione ed espressione del linguaggio». Stefano Vicari spiega che le cure sono differenziate in base all'età dei bambini: «Psicomotricità nei bambini piccoli, trattamenti di tipo cognitivo comportamentale nei più grandi: sono gli unici trattamenti di cui c'è evidenza. Le cure sono a impronta sempre più comportamentista, per aiutare questi bambini a stabilire una relazione con gli altri. Si tratta comunque di trattamenti molto impegnativi, per il bambino e per la famiglia, anche in termini di costi». Quest'ultimo aspetto è importante: non tutti i trattamenti sono infatti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale. «Alcuni trattamenti - spiega Stefano Vicari - come la psicomotricità sono ampiamente rappresentati all'interno delle Asl e delle strutture convenzionate. I trattamenti cognitivo comportamentali invece sono proposti in strutture raramente convenzionate».
Secondo Paolo Curatolo è importante che si crei una rete di intervento che coinvolga le varie figure, professionali e non, che ruotano intorno alla vita di un bimbo autistico: «È importante che l'intervento abilitativo terapeutico sia integrato tra tutti i servizi coinvolti, dalla pediatria, ai servizi di neuropsichiatria infantile e quindi anche con i centri di riferimento, attivando una rete in cui sia inserita anche la famiglia. Una forma di alleanza terapeutica che interessi e integri interventi sanitari con quelli educativi e sociali.  Serve una multidisciplinarietà e un'integrazione fra tutti gli interventi».

Le prospettive di qualità di vita:
Youssef Hayek, direttore dell'Unità Operativa di Neuropsichiatria infantile del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, afferma che il 12-15% di bambini autistici ha una vita abbastanza buona, il 50% pur mostrando miglioramenti necessita sempre di qualcuno che li guidi, mentre il 40% è rappresentato da bambini con un autismo molto grave. Questi ultimi  richiedono un'assistenza continua e sono bambini che diventano anche aggressivi già dagli 8 anni. Non si può dunque non pensare al futuro dei bambini autistici e soprattutto a quali possono essere le prospettive di qualità di vita per loro, che dipendono comunque dal grado di abilità mentale raggiunto. «Oggi – spiega Michele Zappella - si parla spesso di disturbi dello spettro autistico: con questo termine ci si riferisce a situazioni di diversa gravità con alterazioni gravi del primo, secondo e terzo gruppo di sintomi nell'autismo vero e proprio oppure soltanto in due di questi nelle forme parziali. Una variabile aggiuntiva molto importante è rappresentata dalle capacità intellettive la quali vanno da valori bassissimi no alla normalità.
Una persona autistica con normale intelligenza può essere inserita nel mondo del lavoro, e anche bene. È molto importante dunque il grado di abilità mentale di una persona autistica. Coloro che, invece, hanno basse abilità intellettive vanno seguiti anche da adulti in centri diurni ed eventualmente in ambienti residenziali». In merito alle prospettive di qualità di vita secondo Stefano Vicari "va distinta una forma di autismo classica da una forma di autismo detta ad alto funzionamento. Pensiamo al film Rain Man: Dustin Hoffman interpretava un autistico ad alto funzionamento, aveva infatti un linguaggio fluente, intelligenza elevata, ma un disturbo nella relazione con gli altri e interessi particolarissimi. Ne è pieno il mondo di casi simili: persone con una bassa capacità di relazione, degli interessi molto forti, però anche limitati. Gli autistici ad alto funzionamento hanno una buona possibilità di avere una vita soddisfacente. Un autistico più grave, invece, è vero un dramma per la famiglia».

Attenzione alle speculazioni:
Purtroppo, non è rara la diffusione di notizie di terapie miracolose quanto illusorie, che fanno leva proprio sulle difficoltà e sulla sensibilità dei genitori di bambini autistici. Un caso per tutti è rappresentato dalla diffusione della notizia che diete senza glutine-caseina avrebbero bene ci effetti sui bambini autistici. Michele Zappella smentisce con decisione: «Le linee guida di alcuni Paesi come, per esempio, la Spagna, l'Australia, alcune regioni del Canada indicano chiaramente che queste diete non vanno fatte. In Italia non ci sono al momento linee guida ufficiali, anche se ci sono stati, a livello di Ministero della Salute, dei tavoli sull'autismo. In generale va detto che, purtroppo, i disturbi dello spettro autistico sono e sono stati facili prede di terapie illusorie e di speculazione. Bisogna stare molto attenti». Paolo Curatolo offre una panoramica sulle terapie illusorie più diffuse: «Ci sono molti trattamenti che non hanno un'evidenza di base o che sono addirittura dannosi, come i trattamenti senza glutine e caseina appunto, la comunicazione facilitata, la terapia psicodinamica, l'uso di dosi massicce di vitamina B e di magnesio, trattamenti con supplementi vitaminici, immunoglobuline, steroidi: sono tutti inefficaci in bambini e adolescenti con disturbi dello spettro autistico».

La ricerca: a che punto siamo?
La ricerca in merito all'autismo procede, perché sono ancora tanti gli aspetti da chiarire su questa malattia. Rivolgendo la domanda a Michele Zappella , il professore afferma: «Le rispondo con una frase di uno psichiatra inglese, Michael Rutter, che a un recente convegno mondiale sull'autismo a Oslo mi ha detto: «È incredibile quante cose sappiamo sull' autismo e al tempo stesso quanto poco sappiamo».

Nessun legame tra clima in famiglia e malattia
Erroneamente anni fa si pensava che l'autismo fosse in qualche modo legato a un determinato profilo comportamentale dei genitori. Oggi fortunatamente non è più così. «Nel passato, ormai sempre più remoto - spiega Michele Zappella - c'è stata l'errata convinzione che l'autismo fosse legato a problemi relazionali tra il bambino e la famiglia e in particolare a difficoltà di rapporto con la madre: tutto ciò è completamente falso. Oltre al grosso problema che rappresenta l'avere un figlio autistico, per le famiglie c'è un rischio genetico del 5% di avere un altro bambino autistico». «I genitori di un bambino autistico - sottolinea Paolo Curatolo - certamente riportano uno stress importante legato alle funzioni genitoriali. L'impatto dell'autismo su una famiglia è pesante e qualche volta anche distruttivo: i genitori vanno supportati fin dalla comunicazione iniziale della diagnosi».

Un nuovo gene responsabile della sindrome di Rett
Un'importante scoperta scientifica è intanto stata fatta nel mese di giugno dall'équipe di Genetica medica, diretta da Alessandra Renieri , in collaborazione con l'équipe di Neuropsichiatria infantile, diretta da Youssef Hayek, del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena. La scoperta senese riguarda la sindrome di Rett, una  patologia poco diffusa, che colpisce una bambina ogni 10.000 nate, rarissima nei maschi, e che resta quella più debilitante tra le malattie della famiglia dell'autismo. È stato individuato il terzo gene responsabile della malattia, chiamato FOXG1. Come ha affermato Ranieri, questa scoperta rappresenta un grande passo avanti nella conoscenza dei meccanismi molecolari che determinano la Rett, aumenta la capacità diagnostica sulle pazienti e in futuro potrebbe rappresentare la base per delineare strategie terapeutiche. La sindrome di Rett è una grave malattia del neurosviluppo e rappresenta, dopo la sindrome di Down, la seconda causa di ritardo mentale nelle bambine. Queste, alla nascita, non presentano anomalie ma tra i 6 mesi e 2 anni si verifica una regressione psicomotoria e perdono tutte le capacità acquisite. «Da venticinque anni la Neuropsichiatria infantile di Siena - aggiunge Hayek - rappresenta un centro di riferimento nazionale e internazionale per le piccole pazienti. Nel 1999 è stato scoperto il primo gene responsabile della malattia da un gruppo di Houston, il gene MECP2. Nel 2005, è stato individuato un secondo gene, responsabile della variante con convulsioni a esordio precoce, il gene CDKL5. Ora la nostra ricerca permette di fare un grande passo avanti nello studio di questa malattia».



 IL DIBATTITO SUL RITALIN E IL POLVERONE MEDIATICO
30/09/2008 Corriere di Bologna Pag. 9
di Gaia Giorgetti


Essendo un educatore seguo da tempo la vicenda sui bambini iperattivi trattati con i farmaci e ho recentemente letto che il magistrato ha archiviato la denuncia contro l'associazione di genitori che promuove le cure farmacologiche contro questi disturbi dell'attenzione. Condivido solo in parte la posizione di Grillo e quella delle associazioni in difesa dei bambini, perché per esperienza posso affermare che questi alunni non riescono a stare fermi un minuto e non sono in grado di porre attenzione alle attività didattiche, creando problemi sia nella classe che in famiglia. L'archiviazione dell'indagine mi lascia ben sperare che finalmente ci si occupi di questi ragazzi problematici nel giusto modo.
C. De Leo

Gentile signor De Leo,
è molto interessante rileggere tutto quel che si è agitato intorno a questa vicenda che ha messo sul «banco degli imputati» quei genitori di bambini affetti da Adhd, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, accusati di voler pubblicizzare, addirittura nelle scuole, un farmaco, il Ritalin (ma anche antidepressivi più blandi) che, secondo i detrattori (la campagna è partita dagli Stati Uniti ed è approdata fin sul blog di Beppe Grillo) sono molto pericolosi, generando addirittura ictus, infarti e persino istinti suicidi. Su questo argomento si è letto e sentito (troppo poco, però, per capire davvero) un po' di tutto: c'è chi dice che la «sindrome da deficit di attenzione e iperattività» (Adhd), pur scoperta tardivamente (anni '80) è in realtà addirittura genetica. C'è invece chi al contrario, nega che questa patologia esista e annovera i comportamenti irrequieti e la disattenzione di alcuni bambini fra le conseguenze di agenti esterni (genitori, famiglie) e non li considera sintomi di una vera e propria malattia. È evidente che per i primi deve esistere prima una diagnosi (difficilissima per questa patologia) e, conseguentemente, una terapia farmacologia più che psicologica, mentre per i secondi la somministrazione di farmaci (parliamo del Ritalin, un'anfetamina) sarebbe un abuso nei confronti dei «Giamburrasca». Insomma quella medicina sarebbe né più né meno che una «pillola dell'obbedienza», somministrata da quelle famiglie che vogliono ridurre all'ordine i figli vivaci e da alcuni psichiatri compiacenti per denaro. Ho persino letto che la colpa dell'aggressività sarebbe da addebitare ai coloranti nel cibo. È un campo minato quella dell'uso dei farmaci in psichiatria, figuriamoci ora che si parla di bambini: chi se la sente di dare una pillola antidepressiva o un sedativo a un minore? Evitando di guardare all'America, dove si passa da un eccesso all'altro, o imbottendo i figli di Prozac o facendo crociate contro il metilfenidato (il principio attivo del Ritalin), la posizione corretta mi par quella di Crepax, psichiatra bravo e onnipresente: non abusare dei farmaci, ma non demonizzarli. Solo chi vive con questi bambini, solo i medici competenti, possono prendere autorevolmente la parola. Le campagne mediatiche fanno solo polveroni dannosi.