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Rassegna Stampa Gennaio 2008
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La
rassegna vuole raccogliere gli articoli pubblicati sull'ADHD e usciti sui più
comuni rotocalchi italiani, al fine di favorire un aggiornamento sul tema visto
dalla parte dei media. Si tratta di un servizio, molto visitato soprattutto dai
giornalisti e che lascerà nel tempo anche una traccia sulla storia dell' ADHD in
Italia.
http://www.aifa.it/rassegna_stampa.htm
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata.
Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato.
1)
09/01/2008
Vanity Fair n.2 pag. 109: Io, Cattivo io, Ribelle io, Distratto
2)
17/01/2008 Vanity Fair
Pag. 8 N. 323- GENNAIO 2008 DEDICATO A CHI DICE: DISTRAZIONE NON È MALATTIA
3)
24/01/2008
"Contro l'ADHD (e contro Vanity Fair)"
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1)
09/01/2008 Vanity Fair n.2 pag.
109: Io, Cattivo io, Ribelle io, Distratto
di Mariangela Mianiti
SI CHIAMA
ADHD ED E UN DISTURBO M. CHE COLPISCE 3 BAMBINI SU 100. INTELLETUALMENTE SONO
INCAPACI DI «STARE ATTENTI» E PIÙ CHE VIVACI SONO «INCONTENIBILI». MA IN ETÀ
ADULTA POSSONO ANDARE INCONTRO A CONSEGUENZE GRAVI. CURARLO È POSSIBILE, A PATTO
DI RICONOSCERLO E NON SOTTOVALUTARLO. COME QUELLA MAESTRA CHE DICEVA: «HO IN
CLASSE 19 ALUNNI E UN MAIALINO»
Francesco ha 5 anni e gli occhi grandi, di uno scuro vivido. Siede a un tavolo e
quando entriamo nella stanza smette di tracciare una linea dentro il disegno di
un labirinto, ci guarda. «Forse è meglio uscire, si distrae facilmente», dice il
professor Paolo Curatolo, chiudendo la porta. Già, Francesco si distrae
facilmente ed è meglio non disturbarlo: sta facendo un test per capire se nelle
ultime settimane la sua capacità di attenzione è migliorata. Francesco ha una
malattia che si chiama ADHD , disturbo da deficit di attenzione e iperattività.
Chi ne soffre non è semplicemente un bambino vivace come molti, ma
incontenibile, di quelli che non riescono mai a star fermi, provocano,
disturbano a scuola, litigano, si cacciano sempre in qualche guaio o pericolo,
non riescono a tenere in ordine le proprie cose, le perdono; oppure sono
svogliati, distratti, disattenti, poco partecipi e dimenticano tutto. A causa di
ciò sono emarginati dai compagni, non hanno amici. Fino a non molti anni fa,
poco si sapeva e si faceva per questa malattia, che è il disturbo mentale più
frequente in età evolutiva e colpisce 3 bambini su cento; se non è curata
tempestivamente e nel modo corretto, può emarginare un individuo e aumentare il
rischio di dipendenze da alcol e stupefacenti. Ma la ricerca ha fatto grandi
progressi, tanto che in Italia, unico caso in Europa e nel mondo, è operativo
dallo scorso settembre un Registro nazionale che controlla i casi di ADHD,
garantisce precisione nella diagnosi e una terapia appropriata. Al Registro
fanno riferimento 114 centri di cura sparsi nel Paese. Quello dove incontriamo
Francesco è la Clinica Sant'Alessandro, un'unità operativa di neuropsichiatria
collegata al Policlinico Tor Vergata di Roma e diretta dal professor Paolo
Curatolo, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile. Appena fuori dalla
città, immerso nel verde, tranquillo, allegro, con stanze luminose che si
affacciano su un parco, il centro romano è un day hospital dove i bambini,
accompagnati dai genitori, incontrano neuropsichiatri infantili, psicologi e
terapeuti che verificano le loro necessità e i progressi, in un complesso
programma di cura che coinvolge anche i genitori: «Senza il loro prezioso lavoro
a casa, e senza la collaborazione degli insegnanti, non si possono ottenere
miglioramenti», dice il professor Curatolo.
Un terzo dei casi, quelli meno gravi, guarisce spontaneamente, un altro terzo
sta meglio grazie alla terapia. Se questo centro sembra un'oasi non è un caso.
«I bambini che curiamo hanno bisogno di spazio per muoversi perché la loro
capacità di attenzione è limitata, dopo mezz'ora di un'attività si stufano, così
li lasciamo liberi: escono, fanno una passeggiata, corrono, giocano nella
ludoteca, disegnano. Osservarli anche in questi momenti è importante per capire
che relazione hanno con i genitori, come giocano da soli e se i sintomi si sono
attenuati». Per stimolare la concentrazione si usano attività precise come
completare una figura, colorarla restando nei bordi, tracciare un percorso in un
labirinto, copiare un oggetto. Ai genitori viene spiegato come continuare la
terapia a casa e tornano regolarmente insieme con i figli per verificare i
progressi attraverso test e colloqui.
L'ADHD è un disturbo complesso e per molti aspetti misconosciuto. Può
manifestarsi in tre modi: disattenzione eccessiva, iperattività incontrollabile
e, nei casi più gravi, la combinazione delle due cose assieme. «Le prime ad
accorgersi che qualcosa non va sono le madri», dice Curatolo, «perché vivono più
da vicino le crisi di rabbia, di pianto, la irrefrenabilità, l'agitazione
continua, la mancanza di sonno. È più difficile accorgersi del deficit di
attenzione perché diventa evidente quando cominciano a frequentare la scuola:
dimenticano gli oggetti, le cose che si dicono loro, i compiti e quello che
studiano. L'iperattività colpisce più i maschi, la disattenzione le femmine.
Tutti e due i casi, se curati in tempo, possono avere grandi miglioramenti».
Curare in tempo significa fare la diagnosi prima possibile: il problema è che in
Italia troppi medici, pediatri o neuropsichiatri infantili scambiano i sintomi
di ADHD con una semplice vivacità superiore al normale o con un ritardo mentale,
oppure la riconoscono ma dicono che non c'è nulla da fare, o ancora indirizzano
i genitori verso cure inefficaci.
LADHD non si riscontra con test di laboratorio, ma osservando sintomi e
comportamenti che «devono essere più gravi rispetto alla norma, essere presenti
in almeno due contesti, casa e scuola, e da oltre sei mesi», dice Curatolo. «Ci
sono casi più o meno gravi, e quelli che associano altri disturbi come la
dislessia». «Sulle origini del disturbo non c'è certezza, però la ricerca
prosegue e ha permesso di osservare che nei bambini con sintomi da ADHD ci sono
alterazioni cerebrali identiche che diminuiscono se stimolate. La causa della
malattia è per il 75 per cento genetica: nelle aree del cervello predisposte
all'attenzione non tutte le connessioni neurologiche funzionano come dovrebbero;
per il restante 25 per cento la causa è ambientale (l'utero in gravidanza più
esposto a fumo e alcol, il parto prematuro)». «Io però non fumavo, non bevevo e
ho partorito a termine», dice Patrizia Stacconi, presidente dell'Alfa
(Associazione italiana famiglie ADHD, www.aifa.it), tre figli di cui il più
grande, 22 anni, soffre di disturbi dell'attenzione. «È malato da sempre, ce ne
siamo accorti quando è andato a scuola, ma la diagnosi è stata fatta soltanto a
15 anni, perdendo molto tempo. Ci eravamo rivolti a diversi specialisti e in
terza elementare gli avevano diagnosticato un disturbo dell'apprendimento. Lui è
sempre stato bravo in matematica e nelle materie scientifiche e il suo quoziente
intellettivo è superiore alla media, ma se doveva mettere in fila quattro numeri
si perdeva, studiava quattro ore e il giorno dopo non ricordava nulla. Ha subito
moltissime frustrazioni, è stato emarginato dai compagni, umiliato: lo
consideravano un ritardato mentale, evitavano di farlo leggere a voce alta. Io
ignoravo che esistesse questo disturbo, finché me ne ha parlato il genitore di
un suo compagno in prima liceo. Sono arrivata qui e ora mio figlio frequenta il
secondo anno di università, facoltà di Chimica. Il suo rendimento scolastico è
cambiato grazie agli psicofarmaci che lo aiutano a concentrarsi». Si tratta di
due principi attivi, il metilfenidato, più conosciuto come Ritalin, e la
atomoxetina; sul loro uso c'è chi nutre forti riserve e in sostanza nega
l'esistenza della malattia o l'utilità del farmaco. «La verità», dice Curatolo,
«è che grazie al Registro la malattia è monitorata e controllata dai medici, la
prescrizione del farmaco è ammessa solo nei casi in cui serve: nel nostro centro
ne ha bisogno un bambino su sei, per gli altri basta la terapia
comportamentale». Cioè? «Usiamo la tecnica della gratificazione per aumentare
l'autostima del bambino. Quando si comporta bene è lodato Più determinate a
seguire le cure sono le madri.
Angela ha creduto fin dall'inizio ai metodi che le insegnavano al centro, suo
marito Paolo era più scettico, come molti altri padri diceva: «Migliorerà da
solo crescendo, è l'età, imparerà». «Matteo ora ha sei anni», dice Angela,
«siamo arrivati qui tre anni fa dopo un calvario iniziato con la nascita:
piangeva, era sempre nervoso, agitato, tirava giocattoli, non accettava le
regole, era stato isolato. Un neuropsichiatra ci disse che stava bene, ma io non
mi sono arresa finché non ho trovato questo centro. Finalmente sapevamo che cosa
aveva e che cosa si poteva fare: abbiamo cominciato a premiarlo per cose precise
ed è diventato più sicuro di sé, in pochi mesi gli altri bambini lo hanno
accettato. Ora lo stiamo accompagnando nella scolarizzazione, perché quando
questi bambini cambiano ambiente sono più fragili e devono riadattarsi. Se si
incontrano insegnanti disponibili tutto è più facile». Davide, 12 anni, ha
invece trovato molta ostilità nella scuola elementare. Suo padre Giancarlo
racconta: «Le maestre dicevano di lui: "In classe abbiamo 19 alunni e un
maialino", oppure: "Non andiamo in aula di informatica per colpa tua". Se non
portava i compiti gli davano una nota, si rifiutavano di compilare i test dati
dal centro di cura. Sapevano del disturbo di mio figlio, ma lo hanno trattato
con leggerezza. È stato un incubo da cui siamo usciti quando è arrivato alle
medie e ha incontrato insegnanti sensibili e attenti». L'ignoranza che si
crogiola nel non voler sapere o conoscere può fare danni inimmaginabili, per
questo sì chiama ignoranza colpevole. Per guardare a questa malattia con occhi
più aperti, basterebbe ascoltare certe testimonianze di genitori. Una mamma:
«Mio figlio era quello che nessuno voleva come amico, quello che alle elementari
si svegliava alle 5 del mattino per non andare impreparato a scuola, ma poi i
risultati erano disastrosi. Era così distratto che una volta in una partitella a
calcio cominciò ad andare dietro alla palla di un'altra partita che si svolgeva
nel campetto accanto: nessuno lo volle più in squadra». Un'altra madre: «Quando
era il momento di fare i compiti, leggere o scrivere, si disperava a tal punto
che picchiava la testa sulla scrivania e piangendo mi chiedeva perché fosse nato
"fatto male"». Una terza: «La madre di un suo compagno di classe mi ha detto che
io e mio marito non sappiamo fare i genitori». Ancora una testimonianza: «Una
psicologa sosteneva che era a causa mia se mio figlio era
così, mi disse: "Signora, è come se lei avesse
abbandonato suo figlio in un deserto". Ho pensato: "E io che faccio ora, mi
butto da una finestra?". Almeno adesso so che cos'ha e che non è colpa mia, so
che si può fare qualcosa e che cosa». Chi pensa che i bambini malati di ADHD non
si rendano conto di quello che succede dovrebbe leggere la poesia scritta da uno
di loro: «Io sono cattivo perché disobbedisco ai miei genitori, io sono
irrequieto perché non riesco a stare fermo, io sono svogliato perché quando devo
fare i compiti sento una grande fatica che mi impedisce di farlo, io sono
confusionario, io sono trasandato perché indosso i vestiti nel modo sbagliato,
io sono ribelle, io sono cialtrone perché perdo tutto nonostante mi ripeta di
stare più attento, io sono sconclusionato, io sono distratto, io sono un
sognatore perché uso la fantasia per non sentire la mia ansia, io sono infelice
perché non so perché sono diverso dagli altri, io sono triste perché sento un
gran vuoto, io sono disperato perché a volte neanche il babbo e la mamma
riescono a capirmi, io tento di mostrarvi chi sono, ma voi lo capite?».
La Clinica Sant'Alessandro, collegata al Policlinico Tor Vergata di Roma, dove è
stato reaiiziato questo servizio, è uno dei 114 centri di cura dell'ADHD
presenti in Italia. Nella «stanza dell'osservazione» si svolge il gioco libero.
Al centro di Tor Vergata sono attualmente in trattamento 300 bambini affetti da
sindrome ADHD. La capacità di portare a termine un disegno è un indicatore del
percorso di cura. A destra, il momento dell'incontro con la terapeuta.
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2) 17/01/2008 Vanity Fair Pag. 8 N. 323- GENNAIO 2008
DEDICATO A CHI DICE: DISTRAZIONE NON È MALATTIA
DOPO L'ARTICOLO SUI BAMBINI CON DEFICIT DI ATTENZIONE : LO SCETTICISMO DI UNA
MADRE, LA STORIA DI UN'ALTRA
CARO DIRETTORE,
Sono la mamma di un bambino che non sta mai fermo e che non riesce a dedicarsi a
un'attività per più di 10 minuti. Per fortuna! Tutti i bambini sono per natura
vivaci e distratti. Certo, alcuni episodi sono al limite, ma quelle di cui parla
la giornalista nell'articolo sull'ADHD, o disturbo da deficit di attenzione e
iperattività (n. 2), sono scene di vita vissuta da qualsiasi genitore. Da anni
ormai in America «promuovono» questa «malattia », convincendo i genitori che i
loro figli, assolutamente normali ma forse un po' irrequieti, sono malati.
Ma ditemi voi: non è assurdo dare ai minorenni una droga che crea dipendenza (è
risaputo che il Ritalin la crea) nel timore che un giorno possano cadere nella
dipendenza da alcol e stupefacenti? E abbiamo veramente bisogno di 114 centri in
tutta Italia per insegnarci che i nostri figli devono essere «premiati» e
«lodati»? Chi ha pensato di puntare sull'ADHD anche da noi ha fatto i suoi
calcoli: sarà un «successo», come lo è in America. Del resto, come dice una
mamma nell'articolo, l'importante è che sappiamo finalmente che i nostri figli
sono malati, e che soprattutto non è colpa nostra.
Valerie
"Gli eccessi americani sono un fatto, come è un fatto (e l'articolo su questo è
molto chiaro) che il farmaco va usato in un numero assai ristretto di casi. Ma
come fa, Valerie, a dire che la malattia non esiste solo perché lei ha la
fortuna di non conoscerla? ADHD non vuol dire essere «vivaci e distratti ». Non
ascolti me: ascolti questa mamma: Sono la mamma di uno splendido quattordicenne
affetto dalla sindrome ADHD. Quando ho letto il vostro articolo ho pensato: c'è
ancora speranza di aprire gli occhi a chi non crede al problema dei nostri
ragazzi. Da 11 anni io e mio marito (all'inizio scettico e ora impegnatissimo)
combattiamo per nostro figlio. Il più grande ostacolo è la scuola, dove è più
facile negare l'esistenza della malattia che collaborare con i genitori. I
ragazzi con l'ADHD non hanno qualcosa in meno dei cosiddetti «normali»; anzi, in
genere hanno molto di più, ed è qui che nasce la loro difficoltà.
Vi lascio con una poesia scritta da mio figlio all'età di 10 anni. Giudicate
voi.
Arnia
Come dentro un labirinto mi sento perso,
come un vulcano in eruzione mi sento furioso,
come una talpa sotto terra mi sento al buio.
Ma come un lampo dal cielo sono scattante ed energico,
come un prato fiorito ritorno allegro.
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3)
24/01/2008
"Vanity Fair - rubrica
lettere al Direttore. "Contro l'ADHD (e contro Vanity Fair)".
A due settimane dalla
pubblicazione del dossier "Io cattivo, io ribelle, io distratto" di Mariangela
Mianiti sul centro ADHD del prof. Curatolo, nuova lettera sul tema alla
redazione. Questa settimana scrive Roberto Cestari, presidente del CCDU
(comitato dei Cittadini per i Diritti dell'Uomo, emanazione della Chiesa di
Scientology) contro l'articolo e contro la testata, rea di aver appoggiato le
tesi dell'esistenza del disturbo. Cestari inoltre invita i lettori ad "intasare"
la casella mail di Vanity Fair e a non comperare più il magazine se continuerà
ad appoggiare le tesi a favore dell'ADHD
CARO
DIRETTORE,
Vi segnalo che sul n. 2 di Vanity Fair (16 gennaio 2008), pag. 109, c'è un
enorme articolo prò ADHD (Disturbo da deficit di attenzione e iperattività), con
relativa promozione di cure «miracolose» con psicofarmaci! Merita senz'altro a
nostro avviso una risposta d'indignazione e anche di «rimozione dei dati falsi».
Quando la campagna «Perché non accada » o il CCDU pubblicano i loro comunicati,
le lettere di protesta e gli attacchi diretti a noi si sprecano e vengono
immancabilmente pubblicati. Quindi, come indicato nella Lettera di politica
«Immagine pubblica » (fate come loro, ma fatelo meglio), possiamo fare arrivare
una pioggia di proteste di liberi cittadini informati sul tema, indignati per
questa pubblicità fatta per una malattia che scientificamente non esiste
(l'articolo cita persino l'origine genetica dell'ADHD!). La giusta comunicazione
con i media è importante per avere credibilità e possibilità di pubblicazione, a
tal fine inviamo questa breve sintesi (allegato) sulla «validità» della diagnosi
ADHD e sulle statistiche devastanti in Italia e nel mondo. Da questa potete
trarre molti spunti corretti per scrivere alla redazione, email: lettere@vanityfair.it.
Potete citare la presenza di campagne informative come «Perché non accada», che
confutano l'esistenza di tale malattia, e quelle di farmaco-vigilanza e
denuncia, come quelle del CCDU e di «Giù le mani dai bambini». Ciò che conta per
ogni redazione è quante persone non compreranno più questa rivista se appoggia
la tesi dell'ADHD: così, se intasate le loro email di comunicazioni in merito,
potremmo riuscire a fare pubblicare una contro tendenza. La vostra comunicazione
in massa è importante: sosteneteci.
Roberto Cestari - Ufficio Pubbliche Relazioni «Perché non accada» - Campagna
culturale di utilità sociale per la tutela dell'infanzia
Risposta del direttore:
E hanno sostenuto, oh se hanno sostenuto.
Improvvisamente (e, stranamente, solo quando il numero «sotto accusa» non era
più in edicola) abbiamo cominciato a ricevere centinaia - e intendo centinaia -
di email durissime per il nostro articolo sull'ADHD (non «prò ADHD», grazie).
Molti di loro non erano nostri lettori («Cara direttrice», mi scrivevano), molti
di loro dimostravano di non aver letto il «vergognoso servizio» di cui
parlavano. Che dietro ci fosse un passaparola era evidente. Sul chi o che cosa
ne fosse all'origine, mi ero fatto un'idea. Confermata dall'email qui sopra, che
uno dei «lettori» allegava per spiegarci perché non ci avrebbe comprato più. Una
premessa. Quando vivevo negli Stati Uniti, ho mandato per vari anni mio figlio a
scuola con un bambino che prendeva il Ritalin dopo una diagnosi frettolosa di
ADHD (favorita, temo, dai genitori, che così pensavano di assicurargli un
trattamento di riguardo nei test e una scusa a un rendimento - e un
comportamento - non esattamente da primo della classe). Sono sensibilissimo al
rischio di un eccessivo entusiasmo nella diagnosi e nella terapia e
nell'omissione di informazioni su rischi ed effetti collaterali. E anche in
seguito alle critiche indipendenti, motivate e ragionevoli di alcuni di voi,
avevo già deciso che saremmo tornati a indagare sull'argomento - argomento che,
vi assicuro, abbiamo affrontato in totale buona fede e pensando magari di
aiutare qualcuno, non certo per fare gli interessi di una casa farmaceutica -
per vedere se davvero, come qualche lettore sostiene, la percentuale di bambini
con ADHD sottoposta a terapia farmacologica è più elevata di quella che a noi è
stata indicata. Detto questo, credo che in casi come questi ci voglia
trasparenza. Il dottar Cestari dovrebbe dire, per esempio, che il CCDU (Comitato
dei cittadini per i diritti umani), onlus di cui è presidente, è «collegato
ideologicamente » al CCHR (Citizen Commission on Human Rights), fondato nel 1969
dalla Chiesa di Scientology, e che la campagna «Perché non accada» è chiaramente
ispirata alla guerra che da anni Scientology porta avanti contro l'uso degli
psicofarmaci - Ritalin e Prozac in primis - e della psichiatria in generale
(ricordate quando Tom Cruise in Tv criticò Brooke Shields per aver raccontato di
come i formaci l'avevano aiutata a superare una depressione post parto?).
Proprio questo legame aveva preoccupato il Comitato «Giù le mani dai bambini »,
che nel 2006 aveva avviato una pratica di espulsione di Cestari (poi resa
inutile dalle dimissioni spontanee del diretto interessato) dal suo ruolo di
membro del comitato scientifico dell'associazione. Associazione di farmaco-
vigilanza che annovera anch'essa appartenenti a Scientology tra i suoi
fondatori, ma che si è sempre mossa in totale indipendenza e, a quanto mi
risulta, con equilibrio e correttezza nel dialogare con chi difende l'esistenza
dell'ADHD e l'utilità della diagnosi e terapia. Questo è un giornale laico e non
abbiamo alcuna intenzione di fare processi gratuiti a Scientology o
all'attendibilità dei suoi metodi. Se scoprissimo che i Narconon (centri di
disintossicazione senza uso di farmaci, ispirati agli insegnamenti del fondatore
di Scientology Ron Hubbard) hanno un tasso di successo superiore a quello di
ogni altro rehab, lo scriveremmo di certo. Ma dire che contano i risultati non
equivale a dire che il fine giustifica i mezzi. E allora, benché io condivida le
preoccupazioni sull'abuso dei farmaci, trovo scorretto confondere le idee a
tante persone in buona fede dicendo loro che l'ADHD è una «malattia inventata »,
come se il mondo della scienza fosse diviso tra una grande maggioranza che non
crede nell'ADHD e un'esigua minoranza di medici al soldo delle case
farmaceutiche che distruggono il futuro di milioni di bambini dando loro un
prodotto inutile e dannoso. Perché le cose non stanno esattamente così. E non è
lanciando acritiche catene di Sant'Antonio, premendo il facile tasto
dell'emotività - o se preferite, facendo terrorismo psicologico - che si aiutano
i bambini e le loro famiglie.
&nbs
p;
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in Italia, per aiutare chi, nella solitudine e nell'indifferenza, vive il dramma
di un disturbo ancora poco riconosciuto e adegutamente "curato". Diventa socio
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