Tesi: ADHD e CRIMINE  - ABSTRACT

Il presente lavoro intende dimostrare come un disturbo dell’età evolutiva, quale il disturbo da deficit d’attenzione con iperattività, denominato con l’acronimo inglese di ADHD (Attention deficit hyperactivity disorder) possa convergere, se non adeguatamente diagnosticato e trattato, verso problematiche varie, tra cui i disturbi della condotta e i comportamenti dissociali.

Nell’affrontare la problematica mi sono soffermata sull’individuazione e sullo studio della correlazione tra ADHD, comportamenti devianti, i fattori genetici e non che possono essere connessi, le modalità di trattamento. In secondo luogo, partendo dai risultati di quest’analisi, intendo evidenziare l’importanza del riconoscimento dell’ADHD in età precoce, per prevenire determinate evoluzioni di tipo dissociale.
Il mio interesse verso tale oggetto di studio è nato dalla volontà di colmare una lacuna formativa su un disturbo che può essere diagnosticato nella fascia d’età prescolare, quell’età in cui si trovano a vivere i bambini che osservo quotidianamente durante le ore dedicate all’insegnamento nella scuola dell’infanzia.

Conoscevo le caratteristiche dell’iperattività e avevo potuto osservare comportamenti di spiccata vivacità all’interno del percorso di evoluzione della personalità di tanti bambini, ma mai avevo avuto l’occasione di confrontarmi con la complessità di quello che può essere definito un vero e proprio disturbo multifattoriale.

Le mie indagini mi hanno condotto a constatare come nell’ADHD sussistano un deficit a livello delle funzioni esecutive, una corteccia prefrontale destra meno estesa rispetto al normale e un basso livello di arousal: le stesse componenti genetiche riscontrabili nei comportamenti di tipo dissociale.

Dalla mia tesi si evince palesemente come il disturbo da deficit d’attenzione possa essere, in alcuni casi, un precursore di comportamenti a sfondo delinquenziale e criminale.
Con ciò non s’intende affermare che soffrire del disturbo ADHD significhi diventare potenziali criminali, quanto piuttosto possa incrementare i fattori di rischio di entrare in contatto con il sistema di giustizia. In ogni caso l’ADHD è, indipendentemente da un decorso così infausto, una patologia importante in ogni epoca della vita, per l’impatto che esercita sulla normale evoluzione e sulla funzionalità dell’individuo, comportando, altresì, problematiche  a livello relazionale e di apprendimento.
L’ambiente non ha importanza predominante nella genesi del disturbo di concentrazione, tuttavia l’esperienza esistenziale del bambino con disturbo di concentrazione, caratterizzato da insuccessi e frustrazioni nel campo relazionale, sociale e scolastico, potrà determinare disturbi comportamentali secondari su base psico - emotiva, che spesso accentuano gli stessi sintomi di iperattività e impulsività con cui il disturbo si presenta.

Se al bambino o all’adolescente tale disturbo è diagnosticato precocemente e trattato in modo appropriato durante gli anni scolastici, i problemi secondari trasmessi in età adulta diminuiscono cospicuamente di numero. Se invece non sono identificati precocemente durante la fanciullezza e nemmeno durante l’adolescenza, possono causare in età adulta un maggior numero di problemi emotivi, comportamentali e sociali. Da ciò deriva la necessità di riconoscere precocemente i segnali di tale disturbo e, di conseguenza, di formare adeguatamente le figure professionali che si trovano ad interagire con i soggetti in età evolutiva, come gli insegnanti, attualmente del tutto impreparati a comprendere una simile problematica.

Pertanto, pur riconoscendo, quindi, l’importanza di un trattamento multimodale nei soggetti affetti da questo disturbo, è necessario sviluppare una campagna di sensibilizzazione nei confronti del problema, al fine di individuare e di creare le condizioni affinché tutte le figure professionali potenzialmente coinvolte -insegnanti, educatori, pediatri- possano individuare i segnali precoci d’allarme e consentire tempestivamente l’intervento di figure professionali specifiche.

E’ necessario capire “cos’è l’ADHD” e cosa bisogna fare per creare una cultura, dalla quale questi bambini “sofferenti” e le loro famiglie, spesso recluse in solitudine e colpevolizzate inutilmente, possano ricevere un valido aiuto, portato avanti da associazioni, quali ad esempio l’AIFA e l’AIDAI, che, oltre ad offrire un valido sostegno alle famiglie, si occupano di promuovere la diffusione dell’informazione di tale problematica, attraverso diversi canali.

Laureanda Maria Grasso