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Un'entità
intangibile si trova all'interno della scuola, un problema tanto reale
quanto impercettibile e spesso innominabile.
L'ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), ovvero "disturbo
da deficit di attenzione e iperattività", rappresenta in Italia un
problema socio-sanitario spesso sottovalutato o ignorato, che si
presenta frequentemente in comorbidità a disturbi specifici
dell'apprendimento.
Gruppi di ricerca italiani segnalano una frequenza di ADHD pari al 4%
della popolazione in età scolare; si potrebbe affermare che mediamente
in ogni classe di 25 alunni c'è un bambino con ADHD. Eppure troppo
spesso il problema rimane completamente ignorato, la diagnosi è
tardiva, gli interventi spesso ancor più tardivi oppure inadeguati e
non coordinati.
Il problema si manifesta con un'evidente difficoltà del bambino a
mantenere l'attenzione e la concentrazione per un periodo di tempo
sufficientemente prolungato, atto a favorire un apprendimento adeguato
(pur possedendo eccellenti capacità intellettive). Si possono inoltre
riscontrare aspetti di iperattività e impulsività, con difficoltà di
autocontrollo in ambito sociale e nelle relazioni interpersonali.
La scuola, ma anche i servizi sanitari delle Asl, spesso penalizzati da
precarietà del personale e sovraccarico di lavoro, mostrano una
inadeguatezza nel far fronte al problema, con situazioni non solo di
inefficienza ma, spesso, anche di impostazione teorica superata e
preconcetta, con l'attribuzione della causa del disturbo a problemi
relazionali all'interno della famiglia.
Il contesto in cui evolvono le relazioni fondamentali per il soggetto
ADHD e con difficoltà di apprendimento è la scuola, dove gli
insegnanti si trovano ad affrontare la situazione senza adeguati
strumenti culturali per capire e spesso senza un supporto tecnico ed
emotivo che sostenga il loro intervento.
Di fatto l'insegnante agisce comunque, anche solo per il fatto di essere
in prima battuta col bambino ADHD, perciò il suo fare o non fare sarà
cruciale per il destino e il futuro personale e scolastico dell'alunno.
Si determina così una grande responsabilità, che gli insegnanti
affrontano a volte inconsapevolmente, a volte con coscienza e
giustificato timore, a volte con successo e pazienza e grande impegno
personale.
Spesso l'insegnante è la prima persona che può rendersi conto del
problema e segnalarlo ai genitori o ai servizi sanitari. A volte è
l'insegnante che deve spingere i genitori, che negano il problema, a
prendere contatto con i servizi per la definizione diagnostica; in altri
casi avviene che i genitori siano ben coscienti del disturbo e si
trovano di fronte una scuola che non comprende il problema.
In genere la scuola italiana è gravata da un ritardo di formazione su
questo argomento. Gli insegnanti lungo il loro percorso formativo
ricevono scarse informazioni persino sugli argomenti di base come i
modelli normali di apprendimento della lettura e della scrittura.
Negli ultimi anni vi è stato un grande progresso nelle scienze
cognitive che ha permesso di formulare dei modelli di riferimento per i
meccanismi cognitivi sottostanti il problema ADHD, ma tali conoscenze
hanno avuto una scarsa penetrazione nel mondo della scuola e quindi una
scarsissima applicazione sul piano didattico.
Il bambino ADHD mette in crisi nel senso comune gli insegnanti: è un
bambino che appare intelligente, vivace, eppure non impara. Se non
impara deve essere poco intelligente oppure non si impegna, è uno
scansafatica: questa è la conclusione che si trae, in entrambi i casi
sbagliata. Ma capire perché è sbagliata esige che si sappia
precisamente che cos'è l'ADHD, cioè una disfunzione prevalentemente
neurobiologica, che può essere completamente spiegata solo nell'ambito
di un modello causale di tipo neuro-psico-pedagogico e sociale.
L'insegnante deve essere in grado di modificare il proprio approccio
culturale, pratico e motivazionale nei confronti del bambino ADHD, e
questo significa rivedere il proprio modello didattico, valutativo e
motivazionale. La didattica per il soggetto ADHD richiede, oltre a una
grande flessibilità in funzione delle caratteristiche individuali, un
atteggiamento che coinvolge le procedure implicite della relazione
educativa e che perciò va molto oltre l'informazione esplicita che il
docente può avere acquisito sul problema.
Spesso gli insegnanti sono alla ricerca di una "ricetta", di
una prescrizione pratica sulle cose da fare e da non fare con il bambino
ADHD. Pur se importante questo non basta: l'ambiente fondamentale del
bambino ADHD rimane la scuola; è dalla scuola che si gioca il suo
destino educativo.
Il problema, al di là della diagnosi, non può essere delegato ai
servizi sanitari che, comunque, dovranno fare la loro parte, né alla
sola insegnante di sostegno nel caso che esista, e che deve essere
adeguatamente preparata.
La ricetta miracolosa non esiste; la soluzione deve essere cercata
pazientemente caso per caso, attraverso un intervento multidisciplinare
e sinergico, sapendo che il problema ADHD è una caratteristica
costituzionale dell'individuo e non potrà essere cancellata con qualche
esercizio di riabilitazione. È importante quindi che gli insegnanti
sentano questa responsabilità in termini di consapevolezza e
motivazione per impegnarsi in prima persona nella gestione del bambino
ADHD; e che tengano presente che forse hanno già incontrato un bambino
ADHD, anche se non è stato ufficialmente diagnosticato.
La formazione in questo settore richiede un grande impegno di forze,
disponibilità e amore per il proprio lavoro e per i bambini, ed in
particolare la capacità di tradurre il passaggio delle informazioni in
atteggiamenti e comportamenti pedagogici conseguenti. Bisogna creare già
nei primi anni di scuola un clima favorevole, fatto di comprensione,
disponibilità e rispetto, dove ogni bambino si senta accolto e
valorizzato. Ciò si traduce, altresì, in un clima di costante
collaborazione tra gli attori dello scenario in cui il bambino vive: la
famiglia, la scuola, i servizi sanitari e di riabilitazione. Attori che
oggi sovente non dialogano o sono ancorati su logiche di
contrapposizione negativa.
Questa contrapposizione negativa è descritta con amarezza da molti
genitori e si ripercuote sulla situazione del bambino ADHD. Gli
insegnanti non capiscono il problema e accusano il bambino o la
famiglia; i genitori accusano la scuola o i servizi sanitari per
l'incapacità di risolvere il problema; allora anche gli operatori dei
servizi, che dovrebbero essere in più equilibrati, finiscono con
l'accusare scuola e famiglia. In questa dinamica negativa si cerca
costantemente di riversare la colpa sugli altri per il fatto che il
bambino è ADHD, cosa di cui in realtà nessuno ha colpa, essendo l'ADHD
un fatto biologicamente determinato.
Creare una nuova cultura sul problema ADHD è l'unico modo per
modificare questi atteggiamenti negativi e per arrivare ad un clima di
costante collaborazione che accompagni il bambino durante il suo
difficile itinerario nella scuola e poi nella vita.
Creare una nuova cultura significa innanzi tutto creare sinergie e un
linguaggio comune fra scuola, operatori e famiglie. Tutto ciò si
determina attraverso una ridefinizione personale/professionale e
contestuale dell'insegnante e del clima "scuola", che
trascende ogni pur valida tecnica didattica e psicopedagogia. Quindi con
una visione del ruolo dell'insegnante come agente di cambiamento, per
una evoluzione positiva del clima organizzativo della scuola e della
classe, presupposto fondamentale in ogni relazione.
L'auspicio è che questo libro, indirizzato potenzialmente ad un
pubblico molto vasto (insegnanti, dirigenti scolastici, operatori,
educatori, genitori), possa essere una stimolante lettura per una
riflessione permanente del mondo dell'insegnante e dell'organizzazione
scolastica soprattutto in relazione a questi bambini in difficoltà.
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